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Marco Niada

Londra - Cosmopoli di Marco Niada

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20 maggio 2012 - 11:33

La public company non brilla piú

Lo spunto ci viene dall'ultimo numero di The Economist, in occasione della quotazione di Facebook. A prima vista un collocamento che valuta un network sociale 104 miliardi di dollari è indice che la Borsa è ancora la via maestra per dare mezzi freschi alle aziende e arricchire l'intera società, facendo partecipare gli azionisti. Ma il giovane Mark Zuckerberg, tra l'altro neo sposo (auguri a lui), ha seguito un percorso sofferto per arrivarci e ha comunque fatto in modo di controllare la maggioranza dei diritti di voto. Il settimanale britannico rivela peraltro che il numero delle società quotate nei mercati maturi è sceso fortemente nell'ultimo quindicennio: dal 1997 a oggi il calo è stato del 38% in Nordamerica e addirittura del 48% in Gran Bretagna: quasi una su due. Lo stesso vale per le nuove quotazioni: gli Ipo sono calati in America da una media di 311 l'anno tra il 1980 e il 2000 a 99 l'anno tra il 2001 e il 2011. E l'ecatombe peggiore la si è registrata tra piccole e medie aziende che, da una media di 165 l'anno tra il 1980 e il 2000, sono crollate a 30 nel decennio successivo. Proprio le aziende che hanno piú bisogno della Borsa per crescere sono ora quelle che la rifuggono. Recentemente, Giovanni Recordati, patron dell'omonima casa farmaceutica italiana quotata in Borsa, ha detto che se potesse tornare indietro non si sarebbe mai affacciato al listino di Milano.

Che sta succedendo? Tanti fattori stanno congiurando contro. Da un lato i costi della burocrazia di una quotazione in termini di leggi e regolamenti da ottemperare si stanno rivelando sempre piú soffocanti. Dall'altro la pressione degli azionisti, in particolare degli investitori professionali, per risultati di breve termine sta diventando troppo insistente, obbligando il management a sacrificare il lungo termine per strategie di breve. Tale atteggiamento crea una mentalità del mordi e fuggi, con pacchetti di remunerazione congegnati su risultati a breve e sempre piú disallineati agli interessi degli azionisti. Imprenditori e manager che sono legati da un cordone ombelicale all'azienda che hanno creato come Zuckerberg e molti capitani di industria italiani sono dunque molto reticenti a fare il salto in Borsa per timore di consegnare l'azienda nelle mani di "manger mercenari" che nel giro di pochi anni la stravolgono e spolpano come locuste incassando per parte loro grassi pacchetti di danaro.

Tutto in parte vero, alla luce delle recente rivolte contro i bonus di banchieri e top manager che hanno continuato a moltiplicarsi le prebende, mentre le aziende che guidavano andavano male. Ma il clima rivendicativo di questi tempi non deve spingerci a un giudizio tutto negativo sulle public company. Queste sono le uniche realtà aziendali che, raccogliendo danaro fresco sul mercato, permettono la creazione di nuovi poli di benessere: come nota il settimanale, che fine avrebbero fatto Google o Apple se una volta cresciute si fossero vendute alla IBM per incapacità di trovare fondi. Avrebbero mantenuto la stessa originalità e creatività sotto una massa di vecchi manager prepotenti e invidiosi? Inoltre, non dimentichiamo che il grande successo del capitalismo americano, che ha permesso a tutti di partecipare al benessere che si creava è giunto dalle public company. Mentre le aziende del signor Rossi o Bianchi hanno arricchito le rispettive famiglie, qualche dipendente e un poco di ambiente circostante.

E allora? Allora, come sempre, la risposta sta in un'osservazione banale: gli eccessi fanno danno. Gli eccessi del capitalismo famigliare portano a un'economia asfittica, ma gli eccessi del capitalismo delle public company dove nessuno era piú sotto controllo, dove manager avidi hanno predato le aziende in cui lavoravano comportandosi in modo irresponsabile e ignorando l'interesse di fondo degli azionisti hanno causato forti danni economici e sociali. Danni ben maggiori data la dimensione delle aziende coinvolte e la quantità degli azionisti il cui benessere da loro dipendeva. Ora è tempo di riprendere le redini in mano e ripensare nuovi modelli che creino maggiori responsabilità. Che evitano che si avvicendi un manager che gioca a Monopoli all'imprenditore che ha costruito un gioiello nell'arco di una vita.  Questa crisi serve anche a questo: a trovare un nuovo punto di equilibrio.  

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Stare a Londra è come navigare su internet. In una città sta il mondo intero, da Oriente a Occidente. Tutto scorre e tutto cambia incessantemente.

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18 maggio 2012 - 19:53

I bonus della City stanno evaporando

La grave crisi economica in corso e le battaglie sempre piú nerborute da parte di investitori desiderosi di vedere allineate le performance delle aziende quotate con le retribuzioni dei top manager che le guidano stanno avendo un effetto irresistibile di freno sulle retribuzioni. I bonus relativi all'anno fiscale in corso (2012/13) dovrebbero infatti crollare ai minimi dal 1998. Secondo uno studio del CEBR (Centre for Economics and Business Research) i bonus dovrebbero scendere infatti a 2,3 miliardi di sterline (2,8 miliardi di euro) al di sotto del minimo di 2,5 miliardi toccato nel 1998. Lontani i tempi d'oro del 2006-2007 quando, complice la grande bolla finanziaria, i bonus pagati ai dirigenti delle public company raggiunsero rispettivamente 11,4 e 11,6 miliardi di sterline. Una massa di danaro che poteva da sola sostenere buona parte dell'economia della capitale.

Ora la musica è cambiata completamente. Dopo un crollo a 5,3 miliardi nel 2009 sulla scia del crack della Lehman nel 2008 e una ripresa a 7,4 e 6,8 miliardi rispettivamente nel biennio 2010-2011, i bonus sono tornati a cadere a 4,4 miliardi nel 2011, con la prospettiva di dimezzare ulteriormente nell'anno in corso. Il che riflette certamente il pessimo andamento dell'economia: come tutti avvertiamo, quest'anno la crisi rischia infatti di mordere ancora di piú che nel 2009. Ma, soprattutto, riflette un clima regolamentare severo, dettato da ragioni politiche. Il Governo inglese si appresta infatti a passare una legge che lega le retribuzioni al voto degli azionisti in modo indissolubile. Una volta il voto era indicativo, ora diventa cogente. Si sta discutendo ora la soglia di voto. Il ministro del businesss Vince Cable sta spingendo per un gradimento degli azionisti non inferiore al 75%. Il che significa per i top manager un forte controllo da parte della proprietà. Il direttore del CEBR non poteva sintetizzare piú felicemente i nuovi tempi dicendo che < il bonus oggi é il tuo lavoro e non aspettarti molto di piú >.  Di questi tempi, d'altronde, avere un lavoro ben pagato è già un grande privilegio.

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5 maggio 2012 - 19:05

Boris II, il ritorno di un comico alla guida di Londra

Boris Johnson ha vinto l'elezione a sindaco di Londra per un'incollatura, contro l'eterno rivale Ken Livingstone, che gli ha concesso l'onore delle armi e, dopo oltre 40 anni di militanza, ha annunciato il ritiro dalla vita politica. Un successo ottenuto per un'incollatura in termini percentuali, ossia 51,5% a 48,5%, ma un mare di preferenze in termini assoluti, dato che a separare il sindaco rientrante dallo sfidante è stata una marea di 62mila voti che di solito bastano per assicurare la vittoria in un collegio nazionale a un politico di razza. Johnson di voti ne ha presi 1,05 milioni, una quantità sterminata, che prova quanto diverse dalla norma siano le elezioni del primo cittadino rispetto alle politiche. L'elogio migliore alla vittoria di Boris, un conservatore anomalo, è peraltro giunto dallo stesso Ken, un socialista anomalo. Livingstone ha detto che la vittoria di Boris è ancora più importante considerando la rotta dei conservatori alle amministrative che si svolgevano in parallelo nel Paese. Una rotta a cui ha fatto da contraltare la forte avanzata dei laburisti. Un'ammissione implicita da parte di Ken di avere fatto meno bene del proprio partito. Senza Boris in altre parole, Ken avrebbe stravinto sull'onda dei voti che il suo partito ha ottenuto nel resto del Paese. Ma cosa fa di Boris Johnson una macchina da guerra elettorale? Credo sia il fatto che la sua personalità e il suo approccio politico lo rendono unico nel panorama politico britannico. Possono altri conservatori ispirarsi a lui per riacciuffare i consensi perduti?  

Sulla personalità credo ci sia poco da fare per gli ispiranti imitatori. Boris Johnson è un fuoriclasse: è bonariamente arguto come Roberto Benigni, ma non è arrabbiato come Beppe Grillo: è un comico di talento che ispira una simpatia contagiosa con battute che oscillano tra il nonsenso e il surrealismo. Non si prende mai sul serio, mette tutti a proprio agio, ha la battuta fulminante ed è in totale sintonia con se stesso. Oltre a essere una delle migliori penne del giornalismo inglese, ha un senso delle spirito travolgente che lo ha visto ospite, prima di entrare seriamente in politica,  in numerose trasmissioni umoristiche televisive. E' un comico nato, come dicevo, ma non un buffone, di quelli che nella politica nostrana ne abbiamo da vendere. Per me un buffone è uno che fa ridere involontariamente mentre si impegna al massimo a essere serio ma si rende ridicolo perché è incapace di essere all'altezza della situazione. Boris ha una forte cultura classica affinata a Oxford, ha militato tra le fila dei conservatori da sempre, ha diretto (Spectator)  e vicediretto (Daily Telegraph) giornali conservatori importanti. Ha tutti gli istinti conservatori perché é contrario all'euro, é per la legge e l'ordine, è allergico allo Stato invadente e assistenziale e non tollera gli sprechi. Ma é allo stesso tempo moderno dato che è in favore dei diritti delle minoranze, sostiene i diritti dei gay (senza farsene paladino) e la multietnicità del nuovo mondo in cui viviamo: una convinzione che fa parte della sua vita dato che la moglie Marina è per metà di origine indiana. Infine ha una capacità innata di mescolarsi tra la gente, in virtù di una fortissima umanità. E' adorato dalle donne (il cui voto è stato massiccio in suo favore)  proprio per il calore che propaga e l'impressione che dà di stare bene con se stesso.

A Londra non ha fatto cose strabilianti, ma ha tagliato i costi esorbitanti ereditati da Livingstone, ha accelerato sull'introduzione delle biciclette, ha ridotto l'invasione di bus snodati di Ken per reintrodurre quelli più maneggevoli a due piani. Ha lottato contro la criminalità e ha fatto un poco demagogicamente la voce grossa contro i sindacati della metropolitana, riscuotendo consensi.  Non ha avuto grandi trovate ideologiche e finora neppure grandi trovate amministrative se non l'idea di rifare di sana pianta l'aeroporto cittadino sull'estuario del Tamigi per decongestionare la capitale. Un'idea ottima ma fantasiosa, dati i costi enormi e i tempi biblici che comporterebbe. Soprattutto, dato che Londra è a corto di soldi, ha cercato di ovviare alla sua impotenza di agire con tanta buona volontà. Per i conservatori, che si stanno alienando sempre più dalla gente comune che soffre enormemente daquesta recessione, Boris è soprattutto una lezione di stile e di empatia. Contrariamente a Cameron e a Osborne che agli occhi della gente tradiscono in continuazione le loro origini privilegiate. E dire che sia Boris sia David Cameron sono andati entrambi a Eton, il liceo privato più esclusivo del Paese. Ma Boris, forte forse di una personalità debordante, è riuscito a mettere alle spalle il connotato di classe, mentre gli altri suoi compagni di strada paiono rimanere impigliati. Un conservatorismo dal volto umano, che sia più vicino ai problemi della gente. Questa forse è la lezione che ha dato Johnson, in un periodo in cui la gente ha voltato le spalle alle ideologie socialiste ma non tollera piu' i privilegi e le discriminazioni. Londra su questo fronte incarna un campionario umano importante. E il sindaco comico che resta ancorato nel buonsenso riesce a interpretarlo meglio di chiunque.

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2 maggio 2012 - 0:16

La tortura dell'acqua sulle economie europee

Il tipo di tortura è vecchio come il mondo: si immerge in un secchio d'acqua il capo della vittima fino a quando questa entra in un'apnea insostenibile e, quando sta per cedere, la si acciuffa fuori dal catino concedendole una boccata d'aria. Non appena il malcapitato riprende a respirare, lo si ributta a capofitto sott'acqua. Gli americani, tra mille polemiche, l'hanno usata in Iraq e Afghanistan con il nome di waterboarding. Terribile ma non cruenta. Per questo motivo ambigua e goffamente giustificata dagli esecutori, perchè, teoricamente, non mortale. Ma l'aspetto peggiore di questa tortura non sta tanto nella sofferenza fisica immediata, quanto nel risvolto psicologico, dato che la vittima non sa quanto puo' durare ed entra quindi in uno stato d'ansia incontrollato.  E' l'immagine che mi viene a mente, pensando a questa vecchia Europa che passa da una recessione all'altra senza vederne la fine. Nel 2008-9 il crack finanziario fu durissimo, ma per certi versi eccitante: fu come precipitare con l'ottovolante, con la consapevolezza che, prima o poi, si sarebbe risaliti di scatto e ripartiti, come era accaduto in passato. Il 2010, in questo senso, pareva uno spiraglio di luce in fondo al tunnel. Poi è arrivata la crisi del 2011. Ora, dopo un nuovo impatto con la recessione per Paesi come Italia, Gran Bretagna, Grecia, Portogallo e Spagna, iniziamo a dubitare come ne usciremo, dato che si ha l'impressione che l'eccesso di misure di austerità rischiano di lasciarci sott'acqua per un tempo indefinito. Il saggio fatalismo che ci aveva accompagnato nei primi tre anni sta ora cedendo terreno a una forma di smarrimento che, per molti, inizia ad assumere le tinte della disperazione. Nessuno, da un paio di generazioni, si è mai trovato in condizioni peggiori. E nessuno sa come da questa crisi usciremo. Molti iniziano a innervosirsi, coscienti che le pensioni non basteranno e potrebbero venire ridimensionate, mentre i giovani continuano a non trovare lavoro. Chi vive del proprio capitale lo vede assottigliare inesorabilmente. Attorno, un bailamme di annunci e interpretazioni, tutte ipotetiche, su come potremmo uscire dalla peggiore recessione del dopoguerra. Molti temono che il peggio debba ancora venire, con un aumento della protesta sociale. Ed è in queste situazioni che trovano spazio demagoghi e populisti come accadde con Mussolini e Hitler tra le due Guerre. Sciamani che raccolgono la frustrazione della gente e la montano in rabbia quando la pacatezza della ragione non pare dare piú sostegno. Per ora non ce ne sono molti all'orizzonte ma e' un fatto che ovunque la politica e' entrata in fibrillazione. A Londra il Governo Cameron gira in tondo, ormai chiaramente incapace di dare soluzioni se non tagliare e tagliare per rimettere i conti in ordine. La campagna  per le elezioni del sindaco che avranno luogo giovedì, malgrado due personaggi pittoreschi come Ken Livingstone e Boris Johnson , si sta svolgendo nel vuoto di idee. I media parlano di esteri, cronaca nera e curiosità di ogni genere per distrarre la gente. Inerzialmente continua la lamentela contro i bonus eccessivi della City, ma alla rabbia acuta degli anni passati si è sostituita unsordo rancore. I giovani, che fino all'inizio dell'anno scorso, trovavano lavoro facilmente, si iniziano a rendere conto che la loro generazione è condannata ad aspettare pazientemente prima di trovare un decente avvio nella vita. La crescente disoccupazione giovanile, anche in Gran Bretagna, dove ha raggiunto il 20% è la vera piaga di questi anni. Il debito ha divorato il futuro delle nuove generazioni. Ma lo ha divorato anche ai genitori "cicale" ora condannati a una vecchiaia assai modesta. Solo una speranza resta: la ripresa. La parola crescita rimbomba sempre piú come un'invocazione piuttosto che una constatazione. I Governi possono tagliare la spesa e tassare ma non creare la crescita per decreto. Quella tocca alla buona volontà e all'iniziativa della gente. Ma, dopo una serie di waterboarding estenuanti, si fatica a ritrovare il fiato.   

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27 aprile 2012 - 13:53

La (in)felicità in salsa anglosassone

Specchio, specchio delle mie brame, chi è il piu felice del Reame? La commissione incaricata da David Cameron di scoprire quali elementi immateriali rendono la società più felice ha partorito un primo topolino: chi è sposato con figli è mediamente più felice di chi non ha figli o è single o, peggio, divorziato. La discendenza dà infatti un senso alla vita. La commissione, i cui studi costano al contribuente un paio di milioni di sterline l'anno, ha scoperto l'acqua calda, dato che altri studi precedenti sono giunti alla stessa conclusione. Che peraltro, come tutti gli studi sociologici, non ha conclusioni valide per tutti. Per i pragmatici è un esercizio futile e costoso. Va però detto che l'intento è nobile, specie alla luce di questa crisi finanziaria che si è alimentata a detta di molti da un eccesso di avidità e materialismo. Molti libri sul tema sono usciti di recente. Uno dei più famosi è Affluenza di Oliver James, a cui ha fatto seguito dello stesso autore The Selfish Capitalist. Secondo James all'origine di ogni male sta il capitalismo ipercompetitivo anglosassone che porta a un crescente divario tra ricchi e poveri, vincitori e vinti , a un trionfo del materialismo e dell'egoismo sulla solidarietà sociale. Dati alla mano James sostiene che la percentuale della popolazione emotivamente stressata (stati di ansietà, depressione, rabbia, impulsività aggressività) tocca il 26% negli Usa. Dalla parte opposta dello spettro sta l'Italia con il Giappne, la Spagna e la Germania con una media del 5%.  Il Belgio è attorno al 12% mentre stranamente la Francia sale al 17%. Complessivamente il mondo anglosassone (Usa, Uk, Canada, Nuova Zelanda) segna una media del 23%. L'Europa continentale col suo modello solidale è assai più in pace con se stessa. Conclusione dell'autore: il capitalismo anglosassone darwiniano, spinto da egoismo e selezione eccessiva crea una società arrabbiata e depressa. In altre parole infelice. Il divario tra ricchi e poveri, peraltro, conta ma non è essenziale. In Italia e' assai piu alto che in Belgio Olanda, Canada,  Spagna, Nuova Zelanda e Francia ma gli Italiani sono assai meno stressati. Lo stress, che secondo James è certamente una costante tra i poveri, la cui vita è segnata dall'incertezza e precarietà è però un concetto relativo. In una società ipercompetitiva, tesa sempre al raggiungimento di obiettivi è infatti difficile trovare il Nirvana della pace dei sensi. James, che per certi versi è un neoromantico e atttinge a sociologi come  Erich Fromm (quello del famoso libro Avere o Essere) sostiene che i valori materiali sottostanti al modello anglosassone lo hanno portato alla frutta. Anche perchè cerca sempre più giustificazioni deterministe legate alla genetica per motivarsi. Il che, secondo James, oltre a confinare con nuove forme di razzismo, non sul colore della pelle ma sul modello vincente/perdente, non ha basi scientifiche. L'ambiente ha ancora una forte capacità di plasmare l'individuo e buone politiche sociali e una buona educazione portano a una società migliore. Ma sta veramente tutta la infelicità nel desiderio di "avere" a tutta la felicità nel perseguimento di un indefinito "essere"? Ai marxisti, che sono sempre stati per la teoria ambientale e non genetica, James fa un poco l'occhiolino. Va ricordato però che la teoria marxista ha fatto danni devastanti nella ricerca dell'uomo nuovo a cui insegnare a vivere. Ora siamo all'eccesso opposto, con la legge della giungla giunta al capolinea nelle sue espressioni eccessive. In mezzo sta Cameron, che cerca di smussare con il pannicello della ricerca della felicità. A spese dello Stato e del contribuente...

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22 aprile 2012 - 20:12

Il primo cittadino di Londra sarà una zuppa riscaldata

Il 3 maggio la cittadinanza di Londra, ossia tutti i residenti che ivi pagano le tasse, voterà per il nuovo sindaco. Comunque vada, il prossimo primo cittadino non sarà per nulla nuovo dato che a vincere sarà o quello in carica, il biondo conservatore Boris Johnson, o l'attempato laburista Ken Livingstone. Se Johnson vincerà otterrà un secondo mandato. Se vincerà Ken il Rosso, come viene anche chiamato, spunterà addirittura una terza nomina dato che aveva ottenuto due mandati consecutivi tra il 2000 e il 2008. Come mai una città dinamica come Londra, una città di giovani e cosmopolita, dato che un cittadino su tre è nato all'estero, non riesce a riproporre nient'altro che una zuppa riscaldata? Una prima spiegazione sta nel fatto che finora il sindaco della capitale è stato un politico anomalo che si è trovato a viaggiare su un altro binario. A differenza del francese Jacques Chirac che dal trampolino di sindaco di Parigi ha scalato tutti i gradini del potere fino a diventare presidente della Repubblica, o dello stesso Mario Cuomo che se avesse voluto avrebbe avuto qualche chance alle presidenziali Usa, i nostri due candidati sono personaggi anomali che difficilmente potrebbero entrare nell'arena politica nazionale. Livingstone, nettamente di sinistra vecchio stampo, è convinto che soltanto con forti spese Londra può mantenere coesione sociale. Durante il suo mandato, Ken il Rosso ha saputo però provare di essere più sfumato e ingegnoso di quanto non apparisse, inventando la congestion charge per il traffico del centro e allentando i permessi di costruzione al punto da dare la stura alla maggiore ondata di grattacieli dal dopoguerra a oggi. Boris, assai più di destra di molti colleghi tory, ha saputo controbilanciare abilmente la propria posizione politica con una contagiosa simpatia e alcune trovate come il rilancio del ciclismo pubblico grazie alle ormai note Boris bikes. Sul fondo però è arrivato all'appuntamento della bici pubblica molto dopo città come Parigi o Milano. Altre misure, come la riduzione dell'area coperta dalla congestion charge, i tagli alle spese di rappresentanza, il ritorno del bus a due piani a detrimento di quelli lunghi e snodati che effettivamente hanno causato vari incidenti che hanno coinvolto ciclisti sono state più scelte prudenti di ritorno al passato che novità. Le proposte future dei due candidati convergono peraltro con soluzioni poco diverse su temi identici, ossia il rafforzamento dell'ordine pubblico con una maggiore presenza dei poliziotti e la lotta al crimine giovanile, più facilitazioni all'edilizia popolare e una fluidificazione dei trasporti. Livingstone vira a destra astenendosi da ingrandire nuovamente la zona della congestion charge che Boris ha ridotto si asterrà anche di tassare i Suv. Promette però di tagliare le tariffe dei trasporti del 7%. Boris, che non vuole spendere giocherà sull'effetto dei bus a due piani, introducendone altri 600, fornirà ulteriori facilitazioni alle bici oltre a introdurre metrò senza conducenti per tagliare i costi. Promettendo peraltro di investire 221 milioni per rilanciare le zone commerciali, mentre Ken punta sull'apprendistato giovanile. Boris va a sinistra Ken un poco a destra. In questo deserto di idee forti, anche perché non ci sono soldi per fare granché, gioca a questo punto la politica delle personalità e della reputazione. E su questo fronte Ken é parso più in difficoltà del rivale in carica quando è emerso che in passato non aveva pagato tutte le sue tasse, che ha fatto uso di servizi sanitari privati o che si è messo a piangere davanti a un filmato di londinesi che lo sostenevano che sono risultati poi essere comparse di uno spot pubblicitario a suo favore. Magra figura che credo gli costerà il terzo mandato. E permetterà al rivale di vincere ai punti. Lontani i tempi in cui il sindaco di Londra era un personaggio che attraeva la curiosità dei cugini Europei.  

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8 aprile 2012 - 17:43

La tumultuosa avanzata degli Italiani a Londra

Quando il sindaco di Londra, Boris Johnson, dedica una serata agli esponenti di spicco della comunità italiana a Londra, significa che i nostri connazionali sono diventati una realtà con cui fare i conti. In vista delle elezioni del primo cittadino il prossimo 3 maggio i due maggiori pretendenti, Ken Livingstone e Boris Johnson, stanno conducendo una campagna elettorale senza esclusione di colpi. Nulla deve restare intentato. Non a caso Johnson ha incontrato un centinaio di esponenti illustri della nostra comunità a una cena che si è svolta all'Istituto Italiano di Cultura alcuni giorni fa.  Istrione come sempre, il sindaco in carica, oltre a perorare la bontà della propria causa rispetto a quella del rivale, ha saputo simpatizzare con gli astanti toccando i tasti giusti: non solo ricordando le sue frequentazioni di italiani in gioventù, ma anche sfoderando i propri studi classici. "Se non fosse stato per l'iniziativa di un gruppo di avventurosi della vostra penisola nel 43 dc, sotto l'Imperatore Claudio, questa città non avrebbe mai visto la luce" ha detto. Si è spinto peraltro nella riconoscente adulazione al punto da ricordare che la nascente colonia romana venne rasa al suolo dopo 17 anni da Budicca, regina degli Iceni, una tribù autoctona di inglesi. Fondata da stranieri e distrutta dagli indigeni, Londra ha avuto il gene cosmopolita fin dagli albori. Solo a Londra e in poche altre metropoli multietniche come New York un sindaco fa peraltro campagna prendendo di mira le grandi minoranze. E la nostra è senz'altro una di quelle che contano di più. Secondo dati recenti (e prudenziali) del Consolato italiano a Londra gli Italiani di passaporto (anche doppio) presenti in Inghilterra (in particolare al centro-Sud, comprendendo la grande comunità di Bradford) sono circa 200mila. A cui si aggiungono oltre 30 mila in Scozia. Del totale, oltre 100mila stanno a Londra. Una città italiana grande come Trento è contenuta nella capitale britannica. Di questi compatrioti, la metà è arrivata in 150 anni, tra il XIX secolo e gli anni '70. Una prima ondata di artigiani e piccoli commercianti è giunta dal Nord e Centro Italia tra l'Ottocento e la seconda Guerra mondiale. Un'altra, composta da braccianti, muratori e operai è giunta in massima parte dal Sud tra il dopoguerra fino a fine anni Sessanta. L'ondata che interessa di più il nostro sindaco è però l'ultima, massiccia, dei 50mila che sono giunti negli ultimi 30 anni. Sono professionisti  (finanza, accademia, medici, studi legali) o imprenditori (ristorazione, design, moda, e commercio) che sono stati attratti da un'economia in piena espansione durante gli anni del boom. Dopo lo scoppio della bolla finanziaria alcuni sono usciti di scena, abbandonando la City. Ma sono stati subito rimpiazzati da almeno un paio di migliaia di italiani benestanti che, complice prima la flessione della sterlina e poi la crisi di Eurolandia, hanno deciso di comprarsi una casa nella capitale per fare un investimento sicuro. Costoro sono in massima parte non residenti e abitano casa loro come un luogo di vacanza. Sono tutti finiti in gregge tra Chelsea e South Kensington, i quartieri che gli italiani considerano il centro di Londra, anche perché una via come Kings Road, con la fila sterminata di negozi, si presta a replicare lo struscio nostrano. E' una categoria ancora acerba, a cavallo tra il turista e l'abitante. Non voterà dunque alle amministrative per il sindaco come gli altri, da tempo stabiliti, ma è un nuovo sedimento di connazionali che viene coccolato, in particolare in veste di consumatori, se si pensa soltanto a quanto hanno speso per arredare tutte le nuove case. C'è infine un'ultima categoria, un esercito che si ingrossa sempre più, composto da studenti. Una volta erano solo universitari che venivano a specializzarsi con un master o un Phd. Ora vengono sempre più a fare l'Università dal primo anno o a diplomarsi, complice il ristagno di idee, buone scuole e posti di lavoro nel nostro Paese. Ma anche questa legione rischia, almeno in parte, di finire disadattata. Il mercato del lavoro londinese, per quanto generoso, inizia infatti a prosciugarsi a causa della grave recessione in corso che tra la fine dello scorso anno e l'inizio di quello in corso sembra attraversare la fase più acuta. A noi interessa comunque guardare al presente. E a oggi, l'idillio tra gli italiani e Londra continua imperturbato. Gli italiani nella capitale si moltiplicano: cambiano i fattori ma il risultato non cambia...   

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1 aprile 2012 - 19:00

La rivolta del pasticcino colpisce Cameron

Da alcuni giorni in Gran Bretagna sembra di essere tornati ai secoli bui delle autocrazie, quando la plebaglia si ribellava ai signori perché alzavano il prezzo del pane. Fatte le dovute proporzioni è quanto è accaduto giorni fa quando il Governo Cameron ha deciso di imporre l'Iva del 20% sui cibi caldi, quelli venduti e temperatura superiore all'ambiente. Cosa è successo di tanto tremendo, al punto da fare scatenare una campagna virulenta da parte dei tabloid contro un Governo accusato di essere elitista e lontano dalle esigenze della gente comune? E' successo che la tassa ha colpito le cosiddette pasties, i pasticcini salati di pasta sfoglia farciti con salsicce o carni. Vendute pronte e calde in catene di chioschi alimentari come Greggs, che si trovano nei posti più frequentati delle città, come le stazioni, le sfogliatelle sono il cibo base della pausa di mezzogiorno per le classi medio basse e operaie. Alcune sfogliatelle costano solo una sterlina e fanno pasto unico per chi non può neppure permettersi  le 3-4 sterline di un sandwich. Ammettendo che molta gente si nutra esclusivamente di pasties e facendo due conti rapidi, ci troveremmo di fronte a un aumento del costo della vita tra 50 e 100 sterline l'anno. Apparentemente non una tragedia anche per chi tira la cinghia. Delle due l'una: o le classi medie inglesi sono talmente alla canna del gas che l'aumento del prezzo dei pasticcini salati fa loro deragliare il bilancio famigliare o, come è più probabile, dopo i tagli dal 50 al 45% alle tasse sui redditi superiori a 150mila sterline, dopo un peggioramento fiscale della posizione dei pensionati (granny tax, tassa sui nonnetti) il Governo si è trovato all'angolo perché sta dando l'impressione di favorire i privilegiati proprio quando la crisi sta mordendo di più i ceti deboli. Tanto più che è emerso che coloro che donano oltre 250mila sterline l'anno al partito conservatore hanno accesso ai party privati dati dal Primo ministro.   Da qui bordate di critiche da parte di quasi tutti i media. Cameron e il Cancelliere George Osborne sono corsi subito ai ripari facendosi fotografare mentre azzannavano con gusto dei pasties , come a dimostrare di essere avvezzi al cibo del popolo. Ma Osborne è inciampato pesantemente quando ha ammesso che non ricordava quando aveva mangiato l'ultimo pasticcino. A volte basta poco, un simbolo come un pasty per mettere un Governo in difficoltà. Provare per credere: dal 22 al 31 marzo la popolarità di Cameron secondo un sondaggio You Gov pubblicato dal Sunday Times è crollata dal 42 al 34%. Una settimana in politica può essere micidiale.

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25 marzo 2012 - 20:27

Per Londra un budget di consolazione

Cosa può fare un ministro delle Finanze quando non ha più un soldo in cassa, siede su una montagna di debito da contenere per tenere una tripla A minacciata ormai da 2 agenzie di rating su tre, mentre le prospettive di crescita per quest'anno sono al meglio a zero? Può solo fare delle contorsioni, con piccoli spostamenti e annunci differiti che possano dare la direzione di marcia del Paese. A differenza dell'Italia, infatti Londra le liberalizzazioni le ha già in atto da un ventennio, il mercato del lavoro è flessibile e l'economia resta apertissima al mondo. Ma la crescita non arriva. Che fare? Il cancelliere George Osborne ha annunciatonella finanziaria di mercoledì due misure di rilancio: il taglio dell'aliquota massima sui redditi individuali da 50% al 45% per i redditi supoeriori alle 150 mila sterline annue e un forte taglio alle tasse aziendali, con una progressione nel prossimo biennio dal 26% attuale al 24% al 22% rispettivamente. Non senza rasentare il patetico ha inoltre salutato un investimento nella ricerca della farmnaceutica  GlaxoSmithkline da 500 milioni di sterline che non sarà peraltro pronto fino al 2020, come pure non si stanca di tessere lodi sperticate e finire in televisione non appena qualcuno crea qualche centinaio di posti di lavoro. La macchina dell'immagine procede a tutta forza per dare l'idea che il Paese resta sempre il posto migliore in Europa per attrarre investimenti (e lo è) ma nella sostanza i maggiori partnere commerciali europei si trascinano nel ristagno quando non nella recessione come noi italiani, l'industria finanziaria non cresce ed eroga pochi crediti e non si vedono all'orizzonte nuovi settori economici alternativi che possano prendere il testimone della crescita. Il settore dell'energia alternativa ha nutrito troppe illusioni ed è stato ridimensionato nelle aspettative, informatica e internet continuano a crescere ma non a sufficienza e il settore dei servizi serve appunto chi consuma solo laddove ha i soldi per consumare. La finanza dopo una forte contrazione si è stabilizzata ma al meglio ristagna. L'edilizia procede ma a macchia di leoopardo e, specie nella capitale, la massima parte dei grattacieli in costruzione e il villaggio olimpico sono ormai storia passata. La differenza con l'Italia resta a mio avviso il mercato del lavoro in netto favore dei giovani: a 22 anni chi si è laureato inizia a lavorare e nel giro di pochi anni ha sufficiente esperienza per lanciarsi in nuove avventure quando i coetanei italiani sono ancora precari o in attesa di vedere il primo vero stipendio. Il Regno Unito e la capitale in particolare hanno una demografia favorevole rispetto a tutti gli altri Paesi europei  e questo può continuare a garantire forze fresche e entusiaste di darsi da fare. La svalutazione reale della sterlina sull'euro di circa il 25% fa sì che il costo del lavoro per unità prodotta sia altrettanto più basso rispetto al nostro Paese o a Francia e Spagna. Non è poco: sono vantaggi che prima o poi si faranno sentire. Ma anche a Londra come a Milano o a Parigi il cammino da fare per uscire dalla crisi è lungo. Questione ancora di qualche anno...

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19 marzo 2012 - 9:23

L'economia britannica è la più digitale del mondo

Nessuno l'avrebbe mai detto, anche perché paesi come la Corea hanno connessioni online molto più rapide. Ma, per una volta, non è soltanto una questione di velocità ma di cultura. Le imprese britanniche sono infatti frotissime utilizzatrici di internet e anche le piccole e medie lo usano per commerciare ed esportare in giro per il mondo. Risultato: nel 2010 l'economia legata a internet valeva ben 121 miliardi di sterline (circa 150 miliardi di euro) pari all'8,3% del pil ossia il tasso più alto all'interno dei |Paesi del G20. Le cifre vengono da uno studio della società di consulenza Boston Consulting secondo cui sempre nel 2010 ben il 13,5% degli acquisti venivano fatti online, con una proiezione che dovrebbe salire al 23% nel 2016. Quell'anno, secondo lo studio, l'economia online dovrebbe valere 221 miliardi di sterline, ben oltre il 10% del pil. Secondo varie fonti ormai la soglia del 10% del pil dovrebbe essere raggiunta gia' quest'anno. Gli inglesi sono pazzi per l'economia digitale anche perchè hanno imparato a cogliere tutte le occasioni di risparmio che essa offre e i compratori su internet risparmierebbero circa mille sterline l'anno rispetto a chi si reca nei negozi. Aggiungerei personalmente che molta economia dei consumi in Gran Bretagna passa per grandi catene con prodotti standardizzati, a differenza delle nostre attraenti botteghe italiane, per cui tanto vale comprarli via computer piuttosto che recarsi al supermarket....

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11 marzo 2012 - 17:40

L'industria britannica da grande leggenda a goffa chimera

La decisione della giapponese Nissan di investire 125 milioni di sterline nell'impianto inglese di Sunderland per costruire una nuova vettura, creando 2mila posti di lavoro, è stata ripresa dai media con un entusiasmo che ha rasentato l'isteria. In un momento in cui tutti rimpiangono la fine dell'industria manifatturiera britannica e lamentano l'impossibilità che questa riesca a colmare il buco lasciato dal declino del settore finanziario, l'annuncio è parso come una raggio di luce in una notte buia. Infatti la notizia va al di là dei pochi posti di lavoro che i giapponesi creranno, ma dimostra che, tutto sommato, gli impianti britannici sono ancora competitivi su scala mondiale, dato che la società giapponese poteva decidere di sviluppare il nuovo modello in qualsiasi altra parte del mondo. Per la cronaca, rileva il Financial Times, gli impianti automobilistici inglesi sono peraltro riusciti ad attrarre nell'ultimo anno e mezzo ben 4 miliardi di sterline d'investimenti perché riescono a mantenersi competitivi. Un dato che fa riflettere l'Italia, dove si discute dei destini della Fiat, della sua identità nazionale e della sua volontà di produrre nel nostro Paese. Considerando peraltro che l'Italia, malgrado tutto, resta un Paese con una base manufatturiera ben piú ampia di quella inglese. Con poco più del 20% di occupati a fronte del 10,5% degli inglesi, l'Italia resta un Paese europeo ancora pesantemente industrializzato, al pari della Germania, dove la mano d'opera manifatturiera pesa per il 20%. Un 20% che permette ai tedeschi di mantenersi quarti al mondo come produzione complessiva, grazie a una fortissima produttività. Sono cifre enormi se confrontate a quelle inglesi anche perché, se è vero che l'industria tedesca è due volte e mezza quella inglese a parità di produttività, è anche vero che la Germania, a parti rovesciate, per quanto abbia un sistema finanziario assai più ridotto degli inglesi non è certo sottosviluppata su questo fronte. A merito degli inglesi va detto che quel 10% di addetti manufatturieri garantiscono quasi metà dell'export nazionale, con un output simile a quello francese.  Ciò che conta è la qualità della base industriale rimasta e, nel caso britannico, tra difesa, alcuni tipi di meccanica, chimica, farmaceutica,  alimentare, il paese difende ancora le proprie posizioni. Altro discorso è però pensare che questo sia un trend sostenibile, specie se la base manifatturiera continuerà a restringersi. Non a caso il Governo di Londra continua a ventilare progetti e sostegni all'industria. Le associazioni imprenditoriali peraltro insistono per ottenere maggiori aiuti e incentivi. Ma all'orizzonte è difficile scorgere grandi realtà industriali in arrivo, capaci di dare rilancio all'economia nazionale. Tenendo anche conto del fatto che la mano d'opera britannica qualificata nel settore manufatturiero  è sempre più rara e cede il passo a una legione di braccianti dei servizi che sono altamente fungibili da un settore all'altro, previa un'infarinatura di  qualificazione per passare dal ruolo di cameriere, a commesso, a addetto ai musei. E' anche vero che c'è sempre più un'armata di giovani che sanno usare le tecnologie informatiche in misura molto maggiore che in Italia, ma anche quelle devono avere applicazioni utili, che vadano oltre i registri di cassa o la contabilità aziendale e finanziaria. La leggendaria culla della rivoluzione industriale si culla insomma nella chimera di un'industria che verrà. Un grande  Aspettando Godot più a uso di letterati che di economisti.

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