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Marco Niada

Londra - Cosmopoli di Marco Niada

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22 gennaio 2012 - 19:00

Più tasse in arrivo sulle case inglesi

Gli italiani che sono fioccati a migliaia a Londra negli ultimi tre anni per ancorare i loro soldi nel mattone inglese possono stare in massima parte tranquilli. Le misure che il Governo britannico potrebbe considerare varrebbero infatti per gli ultraricchi. Può darsi inoltre che tutto si concluda con un nulla di fatto. Ma il rigagnolo di entrate tributarie che ha causato la crisi economica sta spingendo chi è alla guida del Paese a introdurre nuove misure fiscali che siano peraltro ispirate a un criterio di equità in un momento in cui le classi più fragili stanno soffrendo la crisi in modo particolare mentre categorie privilegiate continuano a navigare nell'oro. Da alcuni giorni si legge nei giornali inglesi che la componente liberaldemocratica del Governo, guidata dal  ministro per il Business Vince Cable, si sta muovendo per introdurre una tassa speciale sulle case dal valore uguale o superiore ai 2 milioni di sterline. La tassa colpirebbe a livello locale, incrementando in proporzione la council tax, quella che si paga al distretto comunale di Londra (Kensington& Chelsea, Westminster, Camden ecc) . Secondo Cable è infatti ingiusto che uno paghi mille sterline l'anno indipendentemente dal fatto che abiti in una casa da 500mila o 20 milioni di sterline. Così, secondo il progetto, in futuro chi ha una casa del valore di 2,5 milioni dovrebbe pagare mediamente 5mila sterline l'anno, mentre chi possiede una casa da 5 milioni pagherebbe 30mila. Sono cifre indicative dato che le tasse locali variano da distretto a distretto. E' un fatto però che la nuova tassa equivale in sostanza a una patrimoniale, una nuova gabella che finora non colpiva gli immobili, dato che le tasse si pagano solo sule reddito che essi producono. Tasse che si aggiungono all'imposta di registro sulle transazioni immobiliari, che sale fino al 5% per chi compra beni del valore superiore a 1 milione di sterline. Se le misure proposte da Cable passassero, potrebbero fruttare all'erario 200-300 milioni di sterline, considerando che in Gran Bretagna (in massima parte nella capitale) esistono circa 50mila immobili dal valore superiore ai 2 milioni. C'è poi tutta la storia piuttosto opaca degli immobili intestati a società offshore, che riescono così a minimizzare la tassa di registro, che scende fino allo 0,5%. Per immobili di grande valore è un risparmio enorme. Il fenomeno e' inoltre diffusissimo. Secondo il Sunday Times di oggi è emerso infatti che dall'inventario del registro catastale di un campione di 18.700 proprietà del centro di Londra una parte consistente è intestata a società offshore. In alcune aree del centro fino al 20% degli immobili risale a interessi offshore come un blocco immobiliare a Mayfair dietro all'ambasciata USA che vale circa 250 milioni di sterline...Il Tesoro sta andando con i piedi di piombo e il cancelliere George Osborne non pare pronto a fare concessioni eccessive a Cable. Ma quando queste cose iniziano ad andare insistentemente sui media si può stare certi che in qualche modo la musica è destinata a cambiare.. Anche nel mercato immobiliare finora più aperto e deregolamentato d'Europa.

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Stare a Londra è come navigare su internet. In una città sta il mondo intero, da Oriente a Occidente. Tutto scorre e tutto cambia incessantemente.

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21 gennaio 2012 - 0:06

Gli inglesi ora scoprono il fascino delle cooperative

A spezzare una lancia in favore del modello coperativo, in cui i dipendenti sono coproprietari dell'azienda, è stato quattro giorni fa il vice primo ministro britannico in persona: Nick Clegg. Parlando alla Mansion House, sede del Lord Mayor il sindaco della City di Londra, Clegg ha detto che è tempo di rivalutare il modello cooperativo e che, nel mondo del business britannico, ci vorrebbero molte più aziende del genere John Lewis. John Lewis e' una catena di 40 grandi magazzini che comprende marchi famosi come Peter Jones e Waitrose (sezione alimentare). Fondata nel 1928 dal signore che le dà il nome, la società ha oggi 72.500 dipendenti coproprietari che, oltre a partecipare assieme agli utili (abbondanti e in crescita), possono dire la loro sulle decisioni aziendali in consigli sia a livello di sede sia di divisione. Nata sulla scia del modello coperativo USA, fiorito negli anni '20, John Lewis vende peraltro prodotti di alta qualità. Il personale ha stablità nel lavoro ed è, secondo Clegg, molto più leale e motivato dei colleghi di altre catene, in cui il top management e gli azionisti in Borsa pigliano tutto. L'uscita di Clegg è stata di grande tempismo, in un momento in cui il capitalismo anglosassone è in crisi e ferve il dibattito sulla necessità di riformarlo. Il Financial Times  all'argomento sta dedicando una serie in cui si cimentano le menti migliori del giornale oltre che illustri ospiti. L'uscita di Clegg incarna senz'altro l'opinione di coloro che durante gli anni della bolla criticavano la raffica di demutualizzazioni e quotazioni in Borsa di società mutue o cooperative che avevano deciso di gettare la prudenza alle ortiche e cercare in Borsa nuove risorse per espandersi. Molte di loro finirono sugli scogli come la leggendaria Northern Rock, la banca e società di crediti ipotecari in crisi profonda che accese la miccia della crisi finanziaria del 2008. Oggi che c'è sete di capitali e di società ben gestite tutti tornano a parlare delle vecchie cooperative. Certamente sono un modello a cui ispirarsi, in particolare John Lewis. Noi italiani peraltro le conosciamo bene e sono state una formula di successo, anche se non esente da critiche. Ricordiamo però che la Lehman Brothers, quando fallì, era posseduta per un quarto del capitale dai propri dipendenti e ciò non le impedì di fare scelte scellerate dettate dall'ingordigia del danaro. Comunque, rispetto agli anni d'oro della bolla, quando veniva quotata in Borsa anche l'aria fritta, ben vengano le cooperative rispetto a società gracili cresciute rapidamente senza solide basi solo per arricchire top management e azionisti impazienti. Per quanto conti il mio giudizio confermo: John Lewis e' un'ottima azienda e certamente un modello a cui ispirarsi, specialmente gli inglesi.

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19 gennaio 2012 - 22:52

E' arrivato l'inverno, assassino di vecchi

Gli inglesi, si sa, adorano le statistiche. E solo dagli inglesi possono giungere quantificazioni accurate sulle stragi stagionali di anziani. Immagino che, forse, a parti invertite (freddo e caldo), molte similitudini valgano anche per il nostro Paese, che ha la stessa popolazione della Gran Bretagna. Comunque, restiamo all'isola di Albione: ogni anno mediamente muoiono di freddo, o a causa del freddo, 20.000 persone di età superiore ai 65 anni. Negli ultimi 10 anni il picco è stato raggiunto nel 1999/2000, quando la stagione invernale ha falcidiato 45.000 anziani: un vero esercito, quasi quanto la popolazione di Chioggia. Peraltro, stando alle statistiche, circa 2mila vecchi muoiono perchè non possono permettersi di pagare a sufficienza per riscaldarsi. Il che è assolutamente terribile e tendente al peggio data la recessione in atto e l'impoverimento crescente dei pensionati. Duemila morti sono quanto il totale annuo delle vittime di incidenti stradali in Gran Bretagna. Duemila sono anche i morti di caldo di ogni estate britannica. Una bazzeccola, confronto ai morti di freddo. Bisogna peraltro considerare che in Gran Bretagna fa veramente caldo al massimo per un mese. Ma è anche vero che non fa mai eccessivamente freddo, se non in qualche area all'interno della Scozia e delle Midlands centrali. Molto più freddo il nostro Nord Italia. I britannici beneficiano infatti della corrente del Golfo, che mantiene un clima mite. Peraltro, secondo i meteorologi, quest'inverno pare destinato a essere particolarmente clemente. Per una volta, le pantere grigie possono consolarsi. In molte regioni i narcisi sono in fiore con un mese d'anticipo.

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15 gennaio 2012 - 19:40

Sorpresa: il danaro fa la felicità

David Cameron è un conservatore eccentrico, per certi versi "progressista" se mi passate il bisticcio di parole. Il premier britannico ha infatti difeso la natura pubblica del sistema sanitario nazionale, che gli ha curato in modo impeccabile un figlio severamente handicappato (Ivan, morto tre anni fa). Ha strenuamente promosso il volontariato come chiave di volta per riparare una società malata di assistenza statale e ridare senso di responsabilità individuale e spirito di solidarietà verso il prossimo. Forse però l'aspetto più originale, o strampalato, del suo pensiero, se ascoltiamo i detrattori della destra conservatrice, sta in una visione un poco hippy della vita, culminata nel commissionamento di uno studio, del costo di 2 milioni di sterline, per stabilire se il danaro faccia veramente la felicità. L'idea è di creare una serie di indicatori per valutare ciò che sta alla base del benessere di una nazione. L'idea non e' nuova: già nel 1972 l'allora re del Bhutan, il piccolo Stato Himalayano, diceva che il progresso dovrebbe essere misurato non dal Pil (prodotto interno lordo) ma dalla felicità, il Fil (felicità interna lorda). L'economista Richard Esterlin, che insegna alla Università della California del Sud , nel 1974 aveva elaborato una teoria secondo cui raggiunto un certo livello il reddito di un individuo non porta benessere addizionale. Nel 2010 un studio dell'Università di Princeton ha quantificato in modo preciso in 75mila dollari lordi l'anno la soglia oltre la quale, con l'aumentare del reddito, la soddisfazione individuale inizia a divergere, aumentando meno che proporzionalmente. Oltre i 100mila dollari lordi annui si arriverebbe a un punto di stallo per cui ogni dollaro addizionale non porterebbe alcuna felicità addizionale. Tutte queste cose le riporta The Sunday Times  che preannuncia peraltro l'arrivo di uno studio dell'Institute of Economic Affairs (IEA) in materia. Con dati alla mano relativi a 140 Paesi, il IEA giunge alla semplice conclusione che il benessere materiale è il miglior indicatore per misurare il livello generale di benessere e incoraggia il Governo a pensare a fare crescere il pil invece che lanciarsi in costose elucubrazioni. Secondo lo studio, un aumento del 20% del reddito, che sia a partire da 500 dollari o 50mila dollari, ha lo stesso effetto benefico sul livello di soddisfazione della gente. Va detto che il IEA e' un think tank di ispirazione liberista per cui dietro allo studio possiamo vedere un elegante attacco del pensiero conservatore classico contro il romanticismo di Cameron.  A mio avviso queste argomentazioni, per quanto interessanti, hanno poco di scientifico. Tanto vale allora basarsi sul buon senso e l'osservazione empirica. Per quanto mi riguarda noto che, al di là del livello di materialità di un individuo, che varia da persona a persona, è un fatto che tutti concordano nel ritenere che il danaro non è tutto e che a volte porta più disgrazie che gioie. Varrebbe però a questo punto la pena di ragionare "a contrario" e osservare quanta infelicità ha portato questa recessione, specie tra vecchi pensionati o giovani senza lavoro. Ansia, stress, perfino suicidi in netto aumento dappertutto. Conclusione tutta personale: se e' possibile che una crescita dei redditi oltre una certa soglia non rende ancor più felici è un fatto che una diminuzione dei redditi, da qualsiasi livello essa giunga, rende quasi certamente più infelici...

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Categorie: Politica

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8 gennaio 2012 - 19:01

Quando si inceppa il reattore nucleare della City

Una delle peggiori crisi finanziarie da un secolo a questa parte non poteva non danneggiare il maggiore centro finanziario del mondo. La City di Londra, la piazza più internazionale del pianeta, è in crisi di identità. Quel reattore nucleare che muove l'economia del Paese non può più girare come prima, dato che per anni la finanza mondiale attraverserà un periodo di quaresima. Non può però neppure rallentare troppo, dato che rischia di mettere a repentaglio tutta l'economia britannica. The Economist  ha perfino dedicato la copertina dell'ultimo numero con il titolo allarmista Save The City. L'autorevole settimanale dice che è tempo di smettere di sparare su un centro di eccellenza non solo nazionale ma mondiale, il cui declino non farebbe bene a nessuno. Alla Gran Bretagna no di certo: con un'industria nazionale in continua riduzione, la City, che pesava fino al 2007 per quasi il 10% del Pil in termini di ricavi e il 3% del Pil in termini di surplus della bilancia commerciale dei servizi, è assolutamente necessaria. Nessun altro settore in questo momento è in grado di tappare il buco che si sta creando a causa della contrazione della finanza, che ha già perso il 7% della forza lavoro. The Economist dice che l'aumento della pressione fiscale inglese con l'aliquota massima al 50% voluta dai laburisti e confermata dai conservatori, la caccia all'untore contro i banchieri, gli attacchi recenti dello stesso Governo conservatore contro i bonus sproporzionati (si parla addirittura di passare una legge per limitarli dando potere agli azionisti), il giro di vite regolamentare che porterà alla separazione tra banche commerciali e d'affari e che potrebbe costare al settore l'equivalente di 5 miliardi di euro l'anno oltre alla chiusura all'immigrazione extraeuropea non aiutano il rilancio della piazza finanziaria londinese. A ciò si aggiunge lo spettro della Tobin Tax che agitano gli europei continentali e che per la City avrebbe effetti nefasti. Su questo fronte il premier David Cameron non avrebbe problemi perché può semplicemente opporre il proprio veto secondo gli statuti della Ue. Il rifiuto di sottoscrivere il recente vertice europeo perché contro l'interesse inglese va in effetti visto più come un'azione dimostrativa utile a tenere buona la destra dei conservatori, che di sostanza. Ma alla fine dei conti un fatto è certo. Londra non ha soluzioni alternative per lo sviluppo, ha una piazza finanziaria sofisticata e all'avanguardia e sarebbe suicida se le permettesse di spegnersi. Vari studi degli ultimi anni hanno peraltro provato  che il mondo della finanza con le inesauribili esigenze di informazioni e relazioni per operare transazioni, fa da volano all'industria dei media e dell'informatica, come pure gli alti redditi dei banchieri beneficiano numerosi settori dell'economia del Paese che vanno dall'immobiliare alla ristorazione, alla moda passando per l'arte, la stessa letteratura e un'infinita serie di lavori ancillari. Il problema da risolvere in questo momento è però il seguente: quale dimensione deve avere la City per prosperare? Prima era troppo grande e ha rischiato di portare il paese alla rovina. Ma per vivere decorosamente e non farsi sopraffare da altri centri rivali deve restare globale e dunque non può neppure essere troppo piccola. In attesa che trovi la giusta taglia l'incertezza regna.  

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6 gennaio 2012 - 12:27

"Nessun paese in bancarotta è in grado di difendersi"

Il capo di Stato Maggiore britannico, Sir David Richards, forse pensava di dire una banalità quando a metà dello scorso dicembre, parlando di strategia militare, affermava che la maggiore minaccia per le forze armate britanniche non veniva da un particolare nemico esterno, bensì dalla crisi economica: "nessun paese in bancarotta è in grado di difendersi" aveva ricordato. Per tale motivo la migliore garanzia perla Gran Bretagna per poter essere in grado di continuare a finanziare la propria macchina da guerra è quella di mantenere il rating tripla A. Servire un debito sempre più costoso significa faticare a tenere la spesa pubblica sotto controllo  e dunque obbliga a ridurre le spese militari. Prendiamo il caso britannico: fino all'inizio degli anni 2000 l'esercito contava 200mila uomini operativi e c'erano progetti per centinaia di nuovi aerei da caccia tra Eurofighter e gli americani F-35. Oltre a 2 portaerei di nuova generazione. Ora i progetti e i sogni di gloria di dotarsi di nuovi mezzi sono stati dimezzati (ci sarà solo una portaerei e molti meno aerei caccia) e nel 2020 si prevede che le forze armate verranno ridotte a 82mila uomini. Malgrado questo drastico ridimensionamento, parliamo di un Paese che comunque spende il 2,7% del pil per mantenere la spesa a circa 58 miliardi di dollari, quanto la Francia e poco più della Russia. L'Italia spende circa 38 miliardi, pari all'1,8% del proprio pil. Sono però tutti bruscolini rispetto alla massa di 687 miliardi di dollari degli Usa che spendono in difesa come il totale dei primi dieci Paesi del mondo. Ma il fatto che ormai la Cina abbia raggiunto 115 miliardi di dollari (i dati sono tutti riferiti al  2009) rispetto ai 35 miliairdi di India e 30 miliardi del Brasile dà da pensare sulle risorse crescenti delle nuove potenze emergenti. Forza economica da sempre vuole dire forza militare per proiettare la propria potenza al di fuori dei propri confini. Come sta avvenendo sempre più per una Cina affamata di risorse in Africa e Medio Oriente. Non è un caso che gli USa abbiano recentemente ammesso per bocca del Segretario alla Difesa, Leon Panetta, che nei prossimi anni le sfide per il Paese verranno da potenze emergenti come India e Cina. Dato che Obama ha annunciato un taglio di spese di 50 miliardi di dollari l'anno per 10 anni per un totale di circa 500 miliardi, l'obiettivo di mantenere influenza e tagliare le spese a causa della crisi economica è come cercare di quadrare il cerchio. Certo, le spese verranno rese più efficienti, ci si concentrerà su sistemi d'arma migliori e in nicchie di eccellenza. Ma questi discorsi sono anni che li sento a Londra, dove i Governi hanno pateticamente cercato di coniugare prestigio di un Impero scomparso con la dura realtà dei numeri. Il generale Richards ha detto che il re è nudo. E ci accorgiamo che anche la ben più potente America di Obama inizia a perdere vestiti. Si concentrerà sempre più sul Pacifico e il Medio Oriente, lasciando perdere l'Europa. L'impressione è che la povera Europa, che è sempre rimasta indietro un giro in termini di Difesa oltre a dover fare conto su un ombrello americano sempre più piccolo e bucato, dovrà arrangiarsi da se con mezzi sempre più ristretti. Il tutto in un clima di risentimento crescente tra Paesi del Nord e del Sud del Vecchio Continente, che dovranno peraltro affrontare difficili crisi sociali in casa propria. Declino economico e declino militare: sembra la scoperta dell'acqua calda ma nessuno pensa mai abbastanza alle forze profonde che i due fenomeni riescono a muovere. Il generale Richards ce lo ha ricordato.   

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1 gennaio 2012 - 17:56

Welcome Sir Jonathan, l'anima del design di Apple

All'inizio di ogni anno la Regina elargisce onoreficenze a coloro che hanno fatto grande il Regno Unito. Come ogni anno la lista è ricca di personaggi del mondo del business, della musica della cultura e dello spettacolo. Quest'anno però l'attenzione del pubblico si è posata in particolare su un designer. Un fior di designer. Il suo nome è Jonathan Ive, da oggi Sir, ossia cavaliere. Il motivo dell'oreficienza è di avere contribuito a fare grande un'azienda, la Apple. Il 45enne Ives è alla Apple dal 1992, da quando ha 25 anni, ma ha visto le proprie fortune decollare dopo il 1995, data del ritorno di Steve Jobs alla società che aveva contribuito a fondare. Ive ha avuto il grande talento di saper coniugare in modo unico la forma alla funzione di oggetti come iPod e iPhone. Jobs lo ha definito "il mio compagno spirituale", secondo quanto emerge dal libro di Walter Isaacson sul genio californiano. Ive ha sempre avuto il pallino del design da quando aveva 14 anni.  Laureatosi in design industriale alla Università di Northumbria poco dopo fondò con tre amici una società dal nome esotico di Tangerine, una qualità di mandarino, che come per incanto trovò in un altro frutto, la Apple un cliente d'eccezione. Poi Ive andò a lavorare per la società americana, dove iniziò la sua fortuna. Si dice che il brillante designer, per quanto avesse un rapporto di lavoro piuttosto intimo col capo, non altrettanto aveva una relazione personale armoniosa, a causa della tendenza del boss di prendersi il credito di molte innovazioni sfornate dal team di disegnatori. Ma è anche un fatto incontestabile che senza la creatvità di Jobs e il suo amore per il dettaglio e il controllo del prodotto la Apple non sarebbe andata da nessuna parte. You need two to Tango come dicono gli inglesi: per ballare il Tango bisogna essere in due. Mai esecuzione fu più brillante di quella di Jonathan e Steve.  Un bel pensiero per iniziare l'anno

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30 dicembre 2011 - 12:19

Il canto del cigno dello shopping natalizio

In Gran Bretagna i saldi natalizi sono partiti il 26 dicembre (Boxing Day) in un clima di assalto ai forni. Soltanto davanti a Selfridges a Londra, 2mila persone erano in coda in vista dell'apertura alle 9 di mattina  e solo nella prima ora il grande magazzino di Oxford Street ha fatturato 1,3 milioni di sterline (circa 1,5 milioni di euro). Ad Aberdeen, in Scozia, si stima che addirittura 1/4 della popolazione della città si sia gettata a capofitto nella corsa al saldo. Agli 1,8 miliardi di sterline di vendite record del 26 dicembre si sono sommati altri 2,5 miliardi del 27 e il trend ha continuato a mostrarsi robusto fino a ieri. Il problema, secondo vari esperti, è che, dietro all'assalto ai negozi di questi giorni, si manifesta una situazione preoccupante.  Siamo infatti davanti a uno sfoggio di disperazione da parte di consumatori in bolletta e indebitati che hanno atteso fino all'ultimo per fare uno shopping frenetico, concentrato in poche ore. Davanti a sconti fino al 70%, le occasioni dei primi giorni sono state ovviamente ghiottissime. Sul fondo, gli inglesi, come pure altri europei, si trovano a dover fare fronte a un clima di recessione che, iniziato nella seconda meta' del 2011, rischia di protrarsi almeno fino alla prima metà del prossimo anno. Secondo le proiezioni degli esperti, le vendite al dettaglio britanniche nel 2012 non dovrebbero essere superiori dell'1% rispetto all'anno che si sta concludendo. Dietro a questo quadro assai mesto, si sta peraltro verificando un cambiamento epocale del settore dei consumi. Un cambiamento che secondo esperti come Mary Portas, guru delle vendite al dettaglio, potrebbe cambiare addirittura la faccia delle città inglesi. Le vendite al dettaglio online in Gran Bretagna hanno infatti raggiunto l'11% del totale, il livello piú alto del mondo rispetto al 10% degli Usa e a una media europea del 6% esattamente pari alla Francia, che ha dato un segnale di forte recupero quest'anno, mentre la Germania ha raggiunto l'8%. Secondo la Portas, se il trend continuasse c'e' rischio che i centri dello shopping delle città e cittadine inglesi si svuotino, dato che assisteremo a crescenti chiusure di negozi. Peraltro, questo ultimo scorcio di 2011 non è molto incoraggiante per la Gran Bretagna: la catena D2 (jeans) è appena entrata in amministrazione controllata. La catena di negozi di moda La Senza, con 146 punti vendita piú 18 in franchising ha detto che presto entrerà a propria volta in amministrazione, mentre sullo sfondo gruppi come Black's (articoli sportivi) e HMV (musica) stanno manifestando sinistri scricchiolii. Quanto all'Italia, possiamo consolarci se non altro con la nostra arretratezza tecnologica, che fa sì che solo il 3,3% degli italiani compri online. Le botteghe dei nostri bei centri storici per ora sono salve...   

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26 dicembre 2011 - 19:32

Quel sorpasso brasiliano che brucia a Gran Bretagna e Italia

La notizia di fine anno è il sorpasso del Brasile sulla Gran Bretagna, il cui pil viene detronizzato, sul filo dei 2.500 miliardi di dollari, dalla sesta alla settima posizione. Il pil  è una misurazione quantitativa della ricchezza di un Paese e non spiega il livello di qualità della vita. Peraltro, per avere una prima semplice proporzione tra i tre Paesi basti ricordare che la popolazione del Brasile, con 200 milioni di abitanti, è quasi il quadruplo di quella Inglese e italiana. Ma tant'è: prima di arrivare al benessere tutti i Paesi, a partire dalla Gran Bretagna con la rivoluzione industriale duecento anni fa sono partiti da una fase di crescita quantitativa che ha poi portato a un innalzamento della qualità della vita. Quando avvengono questi scavalcamenti, peraltro, tutte le graduatorie ne risentono e, senza andare troppo lontani, dato che si piazza a ridosso degli inglesi, l'altro grande Paese spodestato è proprio il nostro, che passa dal settimo all'ottavo posto. A dare l'annuncio è stato oggi il think tank economico inglese Cebr che tristemente registra l'andazzo dei tempi, che vedono un Occidente in continuo declino e i Paesei emergenti in ascesa verticale, anche se stanno a loro volta perdendo colpi a causa della crisi europea. Il Brasile infatti nel 2010 è cresciuto al ritmo del 7,5% e quest'anno "solo" del 3,5%. Un rallentamento che non è però servito a evitare il sorpasso a danno di inglesi e italiani. Al rallentamento brasiliano peraltro si contrappone una crescita quasi zero di inglesi e italiani che il prossimo anno saranno d'altronde assai probabilmente in recessione. Da qui al 2020 la graduatoria dei big del pianeta vede ormai saldi ai primi tre posti rispettivamente Usa, Cina e Giappone. Gli sconvolgimenti sono ai ranghi inferiori: la Germania, oggi quarta, cederà il passo a Russia, India e Brasile che le passeranno tutte davanti relegandola al settimo posto, quello coperto oggi dagli inglesi. Ai piani bassi, secondo il Cebr ci sarà però una piccola rivoluzione dato che la Gran Bretagna supererà la Francia, oggi quinta e in futuro nona davanti all'Italia decima. Mentre la Gran Bretagna si consolerà con un decoroso ottavo posto. Ciò anche a causa della demografia perché, secondo le proiezioni, ora di allora la Gran Bretagna avra' una popolazione di circa 70 milioni di abitanti, assai piu' di Francia e, in particolare, dell' Italia che sta subendo un continuo declino di popolazione. 

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22 dicembre 2011 - 23:29

In crisi nera, nel 2012 Londra punta sulle Olimpiadi e la Regina

Avranno certamente un effetto anticiclico. Anche e, specialmente, in un anno orrendo come si prevede sia il 2012 sul fronte dell'economia. Saranno due eventi rari quanto un'eclissi di sole. Le tanto attese Olimpiadi e il Giubileo del 60esimo anniversario dell'incoronazione della Regina Elisabetta sono infatti attesissimi.  Entrambi attrarranno folle di turisti. Il Giubileo di diamante, come lo chiamano gli inglesi, si svolgerà tra il 2 e il 5 giugno e, per quanto in tempi di austerità, sarà un massiccio sfoggio di pompa e potere della casa reale più importante del mondo. Parate ed eventi teletrasmessi con al centro l'inossidabile Elisabetta stanno già alimentando l'industria dei souvenir che sta sfornando gingilli di ogni genere, come avvenne all'inizio di quest'anno per le nozze di William e Kate. Ma il Giubileo impallidirà in termini di impatto economico rispetto alle Olimpiadi, le terze per Londra, unica città del mondo ad avere avuto il privilegio di ripetere tante volte (1908, 1948 e 2012). Una decina di milioni di biglietti venduti. Incassi diretti per circa 500 milioni di sterline e 700 milioni offerti dagli sponsor, oltre a tutti il consumi che esso porta con sè. Benedette Olimpiadi, insomma, invocate e onorate a ogni pie' sospinto dal sindaco Boris Johnson. Finora hanno  sostenuto l'industria delle costruzioni della capitale: su un'area di 202 ettari sono nate infatti importanti nuove costruzioni come il villaggio olimpico che ospiterà quasi 17mila atleti, lo stadio, il velodromo, il palazzo del volleyball, quello del basket, il centro acquatico, un centro media gigantesco per 20 mila giornalisti. Oltre all'indotto, che nel prospicente sobborgo di Stratford ha portato alla costruzione di 5mila nuove case e un altro Westway, il gigantesco shopping centre speculare, nella parte opposta della città, con quello di Shepherd's Bush. Non sarà però l'unico posto della capitale ad accogliere i giochi. Londra metterà a disposizione stadi e centri sportivi esistenti in diverse aree, come Greenwich. L'opera è completata già per il 90% per cui l'effetto cantieristico è esaurito. Ma restano i bliglietti e gli sponsor e l'indotto che verra' generato dal pubblico che verrà numeroso. Soltanto di spettatori ne sono attesi oltre mezzo milione. Circa 10 milioni i biglietti venduti. Oltre agli alberghi, Musei e altre attrazioni che verranno prese d'assalto. E perfino le case dei privati che affitteranno ai turisti in arrivo. Come si dice, insomma, un vero e proprio business. Londra può dunque guardare alla prossima estate del 2012 con ottimismo. Per il resto del Paese non sarà invece una vita rosea. Ma, date le circostanze in cui versiamo, meglio così. Anzi, la capitale potrebbe diventare un'oasi vitale, un polmone d'ossigeno per europei depressi  in cerca di stimoli...   Chissà che l'estate non porti finalmente quel raggio di luce che ci preannunci a tutti finalmente l'uscita dal tunnel della recessione.

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17 dicembre 2011 - 12:16

Dall'isolamento inglese alla collettiva solitudine europea

La scommessa di David Cameron di dire no al nuovo trattato europeo si sta trasformando in una magra consolazione. Perchè il premier britannico possa essere definito "isolato" si devono raccogliere infatti due condizioni: che il trattato funzioni e che gli "altri" del continente marcino assieme compatti verso una soluzione da cui gli inglesi sono esclusi. Con l'andare dei giorni ciò che emerge è che il trattato è fumoso e lontano dal soddisfare i requisiti che chiedono i mercati, mentre cresce la cacofonia tra Paesi europei e all'interno degli stessi: in Francia i socialisti attaccan0 il presidente Sarkozy che sperava di portare a casa un trattato vincente al prezzo di uno scontro con gli inglesi. Sarkozy si sta isolando a sua volta. Lo sguaiato attacco contro la Gran Bretagna del Governatore della Banca di Francia, Christian Noyer, e del ministro delle finanze, Francois Baroin, secondo cui gli inglesi dovrebbero perdere la tripla A prima dei francesi, non ha fatto che peggiorare la situazione. Il Governo di coalizione inglese si è infatti compattato, con il vicepremier eurofilo Nick Clegg che ha definito "inaccettabile" l'attacco francese e ricevuto le scuse dal premier Francois Fillon. La stessa cancelliera Angela Merkel si è avvicinata agli inglesi telefonando a Cameron e inviando il ministro degli Esteri a Londra lunedì. La verità è che il trattato non convince, impone dall'alto ai membri  una disciplina fiscale che sarà da verificare nei fatti per molti, accelera a breve medio termine il clima recessivo a causa dei maggiori sacrifici richiesti, creando una spirale perversa per quei Paesi come l'Italia hanno bisogno di ossigeno per uscire dalla crisi e, soprattutto, implica una coesione tra leaders che pare sempre più di facciata. E' una situazione di stallo da cui un'uscita tramite lo scioglimento dell'euro pare impossibile per i costi enormi che comporterebbe. Il disorientamento dunque è forte e la cacofonia delle voci che giungono dai vari Paesi è alta. Al di là dei messaggi di solidarietà, si ha sempre più l'impressione che ognuno remi per sè, come capita nelle situazioni di grave pericolo. In quest'ottica va visto l'attacco francese agli inglesi. Una caduta di stile verticale, quella di un banchiere centrale che dà lezioni di economia a un Paese amico, oltre a interferire sul lavoro delle società di rating dicendo ciò che devono fare. Secondo Noyer, Londra sarebbe messa molto peggio di Parigi, dati i forti debiti privati e la debole crescita. Ma i mercati valutano che la Francia, essendo nell'euro, abbia margini di manovra molto più ridotti per cavarsela. Da qui l'avvertimento dell'agenzia Fitch, che ha messo sotto osservazione la tripla A francese con implicazioni negative, mentre ha lasciato in pace la tripla A di Londra. La possibilità di una riduzione del rating ha mandato su tutte le furie il Governo di Parigi. Brutti segni, quelli che vengono in questi giorni da un Paese come la Francia, che dovrebbe essere una colonna dell'eurozona. In un momento in cui serve solidarietà per attraversare una fase delicatissima, gli scatti d'isteria sono altamente sconsigliabili.   

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